Alcune volte mi è stato chiesto perché, per eseguire Euritmia, sia consigliato vestirsi di tuniche di seta colorata e perché sia suggerito anche a chi, pur non essendo euritmista, frequenta i corsi cosiddetti laici.

Come sempre la risposta non si esaurisce nell’ovvia risposta di avere una tunica bella, elegante che permetta di eseguire i vari movimenti in modo comodo poiché nulla viene consigliato a caso in Euritmia e, come sempre, a base dell’uso ci sono motivazioni che nascono da leggi spirituali.

La stoffa in seta protegge da forze di natura ostile, sempre presenti attorno all’essere umano, giacché il piccolo baco estrae il luminoso filo solo quando c’è la luce del sole. La seta quindi, in realtà è intessuta di forze solari, di preziose forze eteriche che il sacrificio del piccolo animale offre all’uomo. Essa fa parte dei tre preziosi doni del Sole assieme al miele e all’oro.

Non a caso, dopo particolari rappresentazioni euritmiche in cui si rappresentavano drammatiche situazioni spirituali, Rudolf Steiner consigliava alle euritmiste ed agli euritmisti di lavare in acqua bollente le loro tuniche di seta, giacché come calamitati, alcuni esseri, alcune forze ostili venivano attratte e si appiccicavano agli abiti.

D’altronde è conoscenza comune come certe forme, certi movimenti o addirittura alcuni colori siano considerati positivamente da persone sensibili che si sentono però a disagio quando percepiscono movimenti sgraziati o colori sporchi e oscuri. La seta dunque, per queste benefiche forze solari di cui è intessuta, protegge da queste energie astrali, da questi esseri che in Antroposofia sono conosciuti, per la loro differente natura, con nomi ben distinti.

Per il medesimo motivo, l’euritmista prima di iniziare qualsiasi lezione o esercitazione euritmica, si cambia d’abito. Per arrivare alla stanza dove lavora, ad esempio, ha dovuto guidare l’auto in mezzo al traffico o, semplicemente, è uscito di casa, è entrato in negozi e così via. Non è consigliabile portarsi addosso atmosfere che provengono dallo svolgimento di azioni quotidiane, per quanto necessarie e giuste, prima di iniziare a rapportarsi con la propria interiorità a livelli superiori come avviene quando si esercita Euritmia.

D’altronde non a caso che quasi ogni artista ha anche una propria divisa di lavoro: così è per il pittore o per lo scultore, per la ballerina o per l’attore come pure nessun atleta, nessuno sportivo esercita senza la necessaria divisa o tuta o costume. A volte è indispensabile cambiarsi per la propria incolumità fisica, come avviene per chi guida automobili o aerei o chi fa speleologia e così via per mille altre situazioni sia sportive che di lavoro.

Prima di cominciare il proprio lavoro, può essere necessario indossare il camice bianco per il cuoco o per il medico, elmetto e tuta per il muratore o per il vigile del fuoco. Difatto diventa un vero e proprio rito che permette all’anima di prendersi del tempo per un cambiamento, per il passaggio da una situazione all’altra. E’ anche noto come i vestiti si impregnano fisicamente di odore, talvolta non gradevole, come quando si esce da una cucina, da una stanza piena di fumo o da una fabbrica di prodotti chimici e così via

Cambiarsi d’abito è un momento di pausa dove ci si concentra, dove si lascia un’attività per entrare, più coscienziosamente in un’altra.

Non sempre questo avviene con un cambio di vestito esterno. Ad esempio, un maestro non si cambia d’abito prima di entrare in classe: non lo fa esteriormente, ma comunque, lascia fuori della porta le proprie vicissitudini personali per cambiare il proprio stato d’animo e mettersi a disposizione, aprendosi alle aspettative dei propri scolari.

Specialmente chi esercita una scelta di vita, come può essere, solo per fare un esempio, un sacerdote, deve compiere un quotidiano rito di vestizione, dai colori e dalle forme differenti secondo che la messa sia eseguita per un matrimonio o per un funerale, così come i colori della stola cambiano nel corso dell’anno in rapporto ai vari tempi liturgici. Più che mai, in questi casi, la veste aiuta a preparare lo stato d’animo adeguato. Gli edifici in cui si svolgono i vari riti, come nel caso delle chiese, vengono addirittura vestiti e rivestiti con ornamenti adeguati al rito.

Il cambiamento che deve avvenire nel mondo esterno per relazionarsi ad un mondo interiore o comunque differente è sottolineato, specie nel mondo orientale, non solo da gesti propiziatori ma anche dal togliersi le scarpe prima di entrare in una casa o in un luogo di culto.

In molti casi viene giustificato, a ragione, il principio di igiene, come avviene negli ospedali o negli ambulatori dentistici, per non portare lo sporco delle scarpe ed i vari batteri all’interno di un ambiente che deve essere il più possibile sterile.

Nelle scuole, ma specialmente nei giardini d’infanzia, l’invito rivolto ai bambini di cambiarsi le scarpe, di mettersi il grembiule colorato ha anch’esso queste giustificazioni.

Il bambino con il cambio d’abito, lascia fuori il mondo quotidiano ed infatti da quel momento, non sono più i genitori che hanno il compito educativo, ma la maestra, il maestro, l’insegnante cui è affidato, in piena fiducia, tale incarico.

Il cambio d’abito, di scarpe non ha dunque solo motivi igienici, adottati perché i bimbi giocando si sporcano o perchè amano stare sul pavimento. E’ un segnale inequivocabile che viene dato al bambino, senza inopportuni chiarimenti intellettuali, che il bimbo può comprendere perché fa parte della sua natura.

Il bimbo è un essere molto pragmatico, a tale segnale corrisponde una conseguenza. Il bimbo sa che passa da un ambiente ad un altro. E’un’azione che passa dal movimento, dal fare: questo il bimbo può istintivamente capirlo, questo è il suo linguaggio, giacché il bambino non comprende il mondo con l’intelletto, col pensiero, ma dai fatti, dalle azioni, in una parola dal volere.

Con i fatti dunque lo si avverte che sta entrando in rapporto con un’altra situazione, con un’altro adulto che gli propone cosa fare e cosa non fare. Viene detto al piccolo bambino, non a parole, ma con un’ immagine concreta, quella del grembiulino e delle scarpe cambiate, che deve lasciare il mondo dei genitori cui è abituato per accoglierne un’altro, simile come atmosfera protettiva, di gioco, di serenità.

Sarà questo mondo che gli permetterà di crescere, di ampliare le proprie esperienze, di far la conoscenza del mondo ed essere educato e guidato a questa scoperta in modo graduale, piacevole. La stessa situazione, all’incontrario gli ricorderà, terminato l’orario, che può ritornare alla sua casa.

Sarebbe un grave disagio per il bambino, si troverebbe in un conflitto d’autorità se, contemporaneamente, dovesse vivere secondo le abitudini familiari ed il comportamento richiesto nel suo giardino d’infanzia.

A casa ubbidisce alle indicazioni della mamma, condivide solo con i propri fratelli giochi ed affetti, mentre invece nel giardino d’infanzia trova una maestra a disposizione di tanti altri bimbi come pure trova giocattoli e giochi a disposizione di tutti.

Questo per il bimbo è un grande primo passo educativo verso la socializzazione, non come è intesa comunemente dagli adulti per cui si entra in rapporto anche con altri tramite la socializzazione, ma come inizio di conoscenza di se stesso, dei propri limiti.

Il bambino piccolo infatti non ha bisogno di socializzare perché per sua natura, il bimbo tende a riferire a se stesso, a prendere per sè, giustamente, tutto quanto lo circonda: dai giocattoli, all’affetto, al cibo che gli permette di crescere fisicamente.

Ogni bambino è naturalmente egoista, giustamente egoista.

I limiti imposti dall’educazione con altri bimbi, in realtà permettono al bambino di conoscere se stesso, sapere fin dove può arrivare: conoscere i propri limiti e le proprie possibilità significa conoscere se stessi. Solo in seguito impara a socializzare, lentamente però, crescendo e sviluppando altre capacità latenti come il pensiero che nel bimbo piccolo, pur possedendolo, ancora non può esercitarlo.

Da questa angolazione, il cambio d’abito, significa allora un primo passo verso la propria conoscenza. E’ un aiuto dato al bambino piccolo per farlo crescere, per renderlo libero di esprimersi senza timore, oltretutto libero di giocare senza timore di dover sporcare l’abito bello, pulito.

L’abito esterno per l’euritmista, per lo sportivo, per il lavoratore, per il professionista, per il bambino e così via. è un’esigenza, un bisogno interiore che si esprime in una forma esteriore.

La legge perciò sottintesa al cambio d’abito è sempre quella della relazione , il più possibile stretta fra forma e contenuto.

Non a caso quindi i vecchi proverbi, la grande saggezza dei popoli, avvertono che non sempre la forma esteriore corrisponde all’interiorità: “ L’abito non fa il monaco” viene spesso ripetuto.

Certamente però non è neppure un caso che si parli anche di abito mentale.

Maddalena Lena Peccarisio

L'uso corretto delle vesti

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